Le recenti dichiarazioni della Consigliera regionale di Fratelli d’Italia Maria Assunta Rossi sul tema del fine vita risuonano come un campanello d’allarme che non si può ignorare. Non sono semplici opinioni, ma affermazioni che rivelano una profonda disinformazione e un’adesione a un’ideologia retrograda e pericolosa, celata dietro la maschera di un presunto “rispetto della vita” che, di fatto, nega la dignità e la libertà di scelta degli individui.
Il centrodestra della Regione Abruzzo boccia la proposta di legge regionale sul biotestamento
Affermare che “la legge sul biotestamento deve promuovere la cura, non la morte” è una semplificazione oltremodo fuorviante. Nessuno, e sottolineiamo nessuno tra coloro che lottano per il diritto all’autodeterminazione sul fine vita, desidera promuovere la morte fine a sé stessa. Ciò che si chiede è la possibilità di scegliere come affrontare gli ultimi momenti, quando la malattia rende la vita un supplizio insopportabile e senza prospettive di miglioramento. La “sospensione di alimentazione e idratazione“, Consigliera Rossi, non è un’ambiguità per aprire all’eutanasia omissiva, ma una pratica riconosciuta dal diritto e dalla bioetica internazionale come parte integrante del rifiuto di trattamenti sanitari, un diritto fondamentale di ogni persona.
E qui sta il punto cruciale. L’Italia, Consigliera, è una Repubblica laica, come sancito dalla nostra Costituzione. Non siamo a Pratola Peligna, né in alcun altro luogo dove la dottrina cristiana debba dettare legge sulla vita e sulla morte dei cittadini. Le convinzioni personali, per quanto rispettabili, non possono e non devono tradursi in un’imposizione etica per l’intera società. Il diritto a morire con dignità, quando la sofferenza è atroce e irreversibile, non è una questione di fede, ma di civiltà e di rispetto per l’autonomia individuale.
Il richiamo alle cure palliative è doveroso e sacrosanto, nessuno lo nega. Anzi, la loro implementazione capillare e l’accesso universale dovrebbero essere una priorità assoluta per un paese civile. Tuttavia, le cure palliative non sono la risposta a ogni forma di sofferenza. Ci sono condizioni di dolore estremo per le quali neanche le migliori cure palliative possono eliminare il tormento e garantire una qualità di vita accettabile. In questi casi, il diritto di scegliere di porre fine alla propria esistenza non può essere negato in nome di un paternalismo di stato che sa di oscurantismo.
La sua affermazione che la proposta “non può essere accolta” perché verrebbe impugnata denota una totale incapacità di comprendere la portata del dibattito e la spinta della società civile. E che sia una “materia statale“, come se fosse una giustificazione per l’immobilismo regionale,è un’ulteriore dimostrazione di questa lacuna.

Le battaglie dell’Associazione Luca Coscioni e di Marco Cappato, che lei forse ignora o volutamente minimizza, sono la voce di migliaia di cittadini che in Italia si battono da anni per il riconoscimento di questi diritti fondamentali. Sono la voce di chi ha visto i propri cari soffrire indicibilmente, di chi è costretto a intraprendere viaggi della speranza in Svizzera, come purtroppo accade a molti italiani, per poter esercitare un diritto che il proprio paese nega. È una vergogna che nel 2025 i nostri concittadini siano costretti a espatriare per morire con dignità.
Consigliera Rossi, lasci che le spieghi cosa accade in Svizzera, visto che l’Italia costringe i suoi cittadini a recarsi lì. Queste, le assicuro, sono nozioni che si studiano anche all’università, persino nei corsi di Diritto Ecclesiastico, in cui si distinguono bene lo Stato laico e le implicazioni delle libertà individuali. In Svizzera non esiste l’eutanasia attiva diretta come comunemente intesa, ma è consentito il suicidio medicalmente assistito. Questo significa che la persona, e solo la persona stessa, deve compiere l’atto finale. Le organizzazioni svizzere, come Dignitas o Exit, non somministrano direttamente il farmaco. Il processo è rigoroso e non certo un capriccio:
- Valutazione Medica e Psicologica: Prima di tutto, la persona deve presentare una documentazione medica dettagliata che attesti una malattia incurabile o una grave disabilità che causa sofferenze insopportabili e irreversibili. Vengono effettuate diverse visite con medici svizzeri e psicologi per accertare la capacità di intendere e di volere del richiedente, e che la sua decisione sia libera e informata, non influenzata da depressione o altre condizioni mentali.
- Volontà Chiara e Reale: Viene richiesta una dichiarazione esplicita e ripetuta della volontà di porre fine alla propria vita, spesso registrata anche in video, per eliminare ogni dubbio sulla spontaneità della scelta.
- Somministrazione Autonoma: Il paziente, dopo aver superato tutti i passaggi di valutazione e approvazione, riceve una dose letale di un farmaco, solitamente un barbiturico come il pentobarbitale sodico. È il paziente stesso che deve assumere il farmaco, solitamente bevendolo. Nessun medico o assistente può somministrarlo. Questa autonomia è il punto cruciale che distingue il suicidio assistito dall’eutanasia attiva.
- Presenza e Supporto: Spesso, al momento dell’assunzione del farmaco, sono presenti familiari o amici, e membri dell’organizzazione che forniscono supporto emotivo. L’atto avviene in un contesto di dignità e rispetto.
Questo, Consigliera, è il percorso che centinaia di italiani sono costretti ad affrontare, lontani dalla propria casa e dai propri affetti, per esercitare un diritto che lei e la sua parte politica continuano a negare. Non si tratta di “promuovere la morte”, ma di riconoscere il diritto di scegliere come e dove porre fine a una sofferenza insostenibile, quando tutte le altre vie sono state percorse.
In chiusura, è ora di studiare, di confrontarsi con la realtà e con le esigenze dei cittadini, invece di rimanere ancorati a dogmi e pregiudizi.

